Don Luigi Bosio
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Omelia del 06.09.1987

 

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Celebrazione Eucaristica della XXIII Domenica del Tempo Ordinario (6.9.1987)

Io devo rincorrere, correre dietro veloce, rincorrere un cervo che cerca la sorgente dell'acqua. «Cerco te, mio Dio forte e mia vita». E' il canto della Comunione Eucaristica di oggi. «Sicut cervus desiderat ad fontem aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deum fortem, vivum». Devo correre veloce come il cervo. Non si tratta di raggiungere e di arrivare a una sorgente d'ordine esterno, materiale. Oggi - questo è l'Ufficio Divino, la Liturgia delle Ore - il papa San Leone Magno ha queste splendide parole: «Nihil haec esuritio corporeum», questa fame che ci chiama, che ci spinge a Lui, non è una fame corporea. «Nihil expetit sitis ista terrenum» e la sete che mi brucia non va in cerca di qualcosa di terreno, «sed desiderat anima mea saturari bono iustitiae», desidero di essere saziato da Te, che sei l'infinita carità, l'infinito amore. «Et in omnium occultorum introducta secretum», desidero di essere introdotto nella profondità delle tue cose nascoste, invisibili. «Ipso Domino optat impleri», desidero solo di essere riempito da Te e di Te.

Devo correre veloce come il cervo. Ma - me lo permettete? - vicino a questo cervo che, assetato, corre velocissimo verso la sorgente, io mi avvicino ad altre tre creature di questa terra, appoggiandomi ad un commento al Salmo 101 di Sant'Agostino. Un versetto o due del Salmo dicono: «Sono come un pellicano nel deserto. Sono come un uccello notturno - un gufo, precisamente - tra le rovine. Sono come il passero solitario sopra il tetto». Tre uccelli, tre località. Ci avvicineremo oggi al pellicano. Domenica prossima cercheremo l'uccello notturno tra le rovine. L'altra Domenica ancora ci recheremo sul tetto, vicini al passero solitario.

«Perché - dice il Santo Dottore - attardarci a descrivere queste cose?». Ecco: «Ipsum videamus!». Ed è tutto chiaro, infinitamente chiaro. «Ipsum videamus!». Non è un pellicano nel deserto al quale ci avviciniamo; non è un uccello notturno tra le rovine; non è un passero solitario sul tetto. Che dire? «Ipsum videamus!». Il pellicano è Lui. L'uccello notturno - sentirete che cose belle dirà Agostino! - l'uccello notturno tra le rovine o il passero solitario sopra il tetto. Lui, «pauper voluntate». Lui così povero, perché ha voluto, ci aiuti, aiuti noi che siamo «pauperes necessitate» (sempre Agostino). Lui: «pauper voluntate. Ego: pauper, pauperrimus, necessitate». Lui è povero perché ha voluto essere povero. Io sono povero per necessità, poverissimo.

Il pellicano è un simbolo usato fino da tempi remoti, anche nella Liturgia. Il pellicano, uccello del deserto. Si dice del pellicano che quando nascono i suoi piccoli, li uccide e dopo tre giorni apre il suo petto a colpi di becco e lascia effondere il suo sangue sopra i piccoli uccisi da lui o da lei, la madre, e questi piccoli ritornano a vita. Oppure anche un altro senso e interpretazione. Il pellicano vola sulle acque. Se può afferrare col becco, col rostro e poi custodire nella piccola sacca del becco i pesci che riesce ad afferrare, li porta per nutrire i suoi piccoli. Se non riesce a pigliare nulla nella sua pesca, afflitto si avvicina ai suoi piccoli e a colpi di becco si spacca il petto. I piccoli si avvicinano e si nutrono del suo sangue.

Volete correre come il cervo? La fonte vivissima è qui. Volete stare vicino al pellicano, il Divino Pellicano, come canta l'Angelico Dottore, «Pie Pellicane, Iesu Domine»? E' qui, con il petto veramente squarciato.

«Accedite, bibite, inebriamini». Avvicinatevi, bevete, inebriatevi e lasciatevi bruciare dalle caste delizie di questo amore.