Don Luigi Bosio
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Omelia del 28.01.1990

 

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Celebrazione Eucaristica della IV Domenica del Tempo Ordinario (28.1.1990)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi: «Considerate la vostra vocazione, fratelli, perché molti di voi non sono sapienti secondo la carne, molti di voi non sono potenti, molti di voi non sono nobili. Ma Dio ha scelto ciò che è stolto per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che è debole per confondere i forti; Dio ha scelto ciò che è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo si vanti davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù ed è per opera di Dio, del Padre, che egli è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione, redenzione, perché, come sta scritto: "Chi si vanta, si vanti nel Signore"».

Ad litteram. Ho ascoltato con voi ad litteram la parola dell'Apostolo, nella prima lettera ai Corinzi. Ad litteram, non come la potrei pronunciare, dire o ascoltare da uno strumento qualsiasi, per quanto perfetto. Ad litteram: hoc est Verbum. Questa lettera nasconde il Verbo. Verbum reconditum, Verbum absconditum, Verbum arcanum. Arcanum, quasi un arco che sovrasta tutti i tempi. Principio - questo Verbo - senza principio. Fine senza fine. L'Apostolo ci offre come un'apologia, un'apologia della vita cristiana. Un'apologia, una difesa. Sì, apologia vuol dire anche difesa. Ma la Verità non ha bisogno di essere difesa: la Verità si difende da sé. Apologia vuol dire esaltazione della verità, della fede, della bellezza, della grandezza della vita cristiana.

Ma sembra quasi un'offesa, quasi un affronto verso i Corinzi e, oggi, verso di noi: «Molti di voi non sono sapienti secondo la carne, molti di voi non sono potenti, molti di voi non sono nobili. Ma Dio ha scelto ciò che è stolto, ha scelto ciò che è debole e ha scelto ciò che è nulla». Così l'Apostolo con un cammino umile, ma veloce e sicuro, recto tramite, recta et tuta via, tutissimo itinere, via diritta e diretta, unisce ima summis, le cose più piccole alle cose più grandi, alle cose somme. Come del resto tutta la Divina Liturgia, oggi. Nel momento più intimo della celebrazione della Comunione Eucaristica un'Antifona canta così: «Beati pauperes, beati mites», la prima e la terza Beatitudine. Le uniamo insieme, queste due Beatitudini e diciamo: «Beati pauperes mites», beati i poveri come Francesco d'Assisi. "Povero e umile" c'è scolpito sulla sua tomba. Poveri e umili, pauperes et mites, pauperes et mites.

S. Agostino, sul mistero Natalizio - nel cui non tepore, ma calore ci troviamo ancora con la Celebrazione Eucaristica - dice: «Verbum caro factum est; latens maiestas, apparens infirmitas». Il primo folle è Lui, il primo debole è Lui, il primo disprezzato e ridotto al nulla è Lui. Divina Eucaristia, latens maiestas. Quanto è piccolo nella sua maestà! Apparens infirmitas, manifesta debolezza e fragilità. Divina Eucaristia! Perché potessimo avvicinarci ed entrare nel mistero, doveva essere così: offrirci la Divina Eucaristia.

La Liturgia oggi rilascia a noi, a pieni voti, il documento più chiaro e più prezioso del suo mistero, della sua maternità mistica e del nostro sacerdozio, della nostra maternità sacerdotale. Dice l'Apostolo, ascoltiamolo: «Considerate, fratelli, la vostra vocazione. Molti di voi - molti di noi - non sono sapienti secondo la carne, molti di noi, non sono potenti, molti di noi non sono nobili. Ma Dio ha scelto ciò che è stolto, per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che è debole, per confondere i forti; Dio ha scelto ciò che è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre al nulla tutte le cose, perché nessun uomo si vanti davanti a Dio. E' per Lui, per il Padre che vi ha chiamati, che siete in Cristo Gesù ed è per opera del Padre che Egli è diventato per noi sapienza, giustizia, santità e redenzione».

Quasi dunque in questo documento materno della Liturgia, ci viene rilasciata una laurea della facoltà della Divina Sapienza, la "Magna Charta" del diritto, cioè della nostra vocazione alla santità. Una dichiarazione di libertà, cioè di liberissimo esercizio della nostra professione e vita e semplicità e gioia evangelica.