Don Luigi Bosio
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Omelia del 29.11.1987

 

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Celebrazione Eucaristica della I Domenica di Avvento (29.11.1987)

A Te, o Signore, elevo la mia anima. «Ad Te, Domine, levavi animam meam». E' un salmo graduale, «Canticum ascensionis», uno dei salmi detti graduali o di salita, di ascesa. Come posso salire fino a Te, se Tu non discendi fino a me?

«Ad Te». Dovremmo rimanere così, in contemplazione, in preghiera, in un palpito ardente del cuore e curvi fino a terra in umilissima adorazione.

A Te. Se apro il Messale per così dire antico, incomincia, la prima pagina del Messale, con queste parole: «Ad Te». E c'è come una cornice di splendide miniature. «Ad Te», sfondo aureo a queste parole auree e divine. Se passo un po' avanti le pagine del Messale e apro al momento della Consacrazione c'è «Te igitur, clementissime Pater». Noi Ti supplichiamo, supplichiamo Te, o Padre clementissimo.

«Ad Te». C'è la prima lettera che è come una croce. E difatti è tinta o scolpita in forma di croce. E aggrappato alla croce c'è l'Amore crocifisso.

«Ad Te levavi». Il testo italiano traduce bene e dice non: «Ho elevato a Te la mia anima, il mio cuore» ma, all'inizio dell'Anno Liturgico: «Muovo i passi ad Te», verso di Te. «Canticum ascensionis». Elevo a Te la mia vita, a Te che abiti nei cieli. Chi canta il salmo è un Profeta, ma il Profeta non è lui che parla o canta: è lo Spirito Santo. E il vero cantore è Lui, l'atteso Messia. «A Te elevo la mia vita, o Signore». E' uno solo che prega e canta. «Mille voci, una voce», cantano i bambini in questi giorni, i bambini di tutto il mondo. Mille voci, una voce! E noi sappiamo di chi è quest'unica voce: è la sua, di Lui che si è effuso e diffuso in tutto il Creato, in tutto l'Universo, nella sua vita divina e nel suo Corpo mistico.

Elevo la mia anima a Te che abiti nei cieli, «qui habitas in caelis». Dov'è la tua dimora, o Signore? Il Dottore mistico, nella scrittura santa, traduce così: «Elevo a Te la mia anima, a Te che abiti nei cieli, cioè nei tuoi santi». I santi sono altrettanti cieli per Lui. Ma dove abitavi, prima? Dove abitavi prima di creare i tuoi santi? Perché se il salmo dice che Tu abiti nei cieli, cioè nei tuoi santi, prima di creare i tuoi santi, dove abitavi? «Habitabat in se, habitabat apud se». Il Signore dimorava in sé, abitava presso di sé, perché Lui può dimorare e abitare soltanto presso di sé.

La sua vita in noi, la nostra in Lui. E il grande desiderio è che Dio sia tutto in tutti, perché Lui solo può abitare con se stesso. E se io desidero dimorare in Lui, Lui deve dimorare in me. Allora, con me e in me, è Dio che dimora in se stesso.

C'è un saluto, una preghiera assai delicata, oggi, alla Vergine Beatissima. Il Signore si dimostra benigno, «Dominus dabit benignitatem» (è l'Antifona Eucaristica). Il Signore ci mostrerà tutta la sua benevolenza, la sua benignità. La nostra terra darà il suo frutto. Questa terra benedetta è la Vergine Maria. In una pagina dell'Ufficio Divino è detto così da un Padre della tradizione, che nella dimora, nel seno verginale di Maria, «Fide pronuba», ciascuno di noi celebra il mistero in una ineffabile maternità. «Fide pronuba», testimone la fede, sorgente è la fede che apre in noi questa Divina Maternità.

A mezzanotte la voce dello Sposo, un grido che risuona oggi nella Divina Liturgia: «Ecco, viene lo Sposo! Andate incontro a Lui!». Lo Sposo è Lui! E va in cerca di una maternità vergine, per scendere fino a noi. Lo Sposo è Lui, la sposa è la sua Chiesa: siete voi, sono io, siamo noi. E' Lui che è in cerca di una maternità mistica: la vostra e la mia maternità sacerdotale.